Quartaccio.org - Fermata
 

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Sono le sedie che aspettano, tutte diverse, come fossero di razze distinte. Chi foderata in pelle, chi solo di legno povero e vecchio, chi di paglia sfilacciata, chi di ferro col sedile in formica senza spalliera, tutte accanto ad una panchina, tristemente in plastica bianca. Stanno sulla strada messe a caso, in disordine. Uno spettacolo che vorrebbe essere serio davanti alla nostra fermata d’autobus. Vorrebbe essere normale e dignitoso. Stanno davanti alla fermata che aspettano i passeggeri, stanchi d’aspettare. Solitarie rimangono quando, l’autobus si ferma davanti a loro, incurante del loro servizio. I sederi che lì siedono sono diversi uno dall’altro, stanchi. Sederi di donne stanche già dall’alba, sederi di uomini stanchi all’alba, che aspettano. Stanno lì seduti, che aspettano, persone del quartiere, persone provenienti da paesi lontani e nazioni vicine. Davanti alla recinzione, spazio chiuso alle loro spalle, davanti all’unico pezzetto di terra macchiata d’erba, si aspetta, sulla strada senza marciapiedi, si aspetta. La mattina, è ancora buio, l’orario d’arrivo dell’autobus lo conoscono, solo il suo ritardo aiuta a comunicare tra la gente che aspetta. Ormai si conoscono tra di loro, sono gli stessi di sempre. Con calma, nel silenzio mattutino, la luce del giorno si fa vedere, appare con dolcezza e tranquillità. Le sedie non sono stanche, ci sono e basta. Le sedie, che qualcuno lì a messo, una alla volta, una diversa dall’altra, ma tutte quante con la stessa funzionalità. La fermata vive in silenzio, nell’attesa. La madre col figlio in braccio intreccia le parole nella aspettazione dove trovare frasi di quotidiano passare. Le borse e zaini riempiti di panni di lavoro aspettano appoggiate per terra la mano salda del muratore clandestino. La maestra elementare convinta. La stiratrice di camice di preti, non convinta, ma giusta e onesta. L’infermiera rassegnata alle sue ore di lavoro straordinario. Il ferroviere che non ha mai smesso di ricordare le sue montagne. Il ragazzo assonnato al suo primo lavoro, lo aspetta il condominio da pulire. Il falegname non dimentica le sue piramide messe in cartolina. L’africano con l’enorme sacco, anche lui aspetta, in disparte e la grossa centroamericana sorridente, regalando normalità. Tutti conoscono un’unica parola, l’attesa, tutti senz’alcuna differenza. Le sedie stanno lì che aspettano, tutte diverse con la stessa funzionalità, loro stanno lì. Gli sguardi e l’udito si dirigono verso la curva nascosta. Appare come fosse un grosso animale gentile, dondolando, tutto illuminato verso la nostra fermata. Il gruppo si ravviva, altre sedie li aspettano per la loro traversia. Le sedie diverse rimangono abbandonate, regalate alla solitudine, a qualche passeggero ritardatario. I sedili, i posti a sedere, aspettano freddi i sederi di chi aspettava. Sono in perfetto ordine dentro la vettura, scivolosi e seri. Si completa il carico di persone del quartiere, i sedili sono pochi, adesso dondolano quelli che sono rimasti in piedi. Le sedie diverse una dall’altra, rimangono nell’attesa, il sole di settembre tenuemente le scalda. I passeggeri del quartiere un po’ alla volta lasciano l’autobus, arrivando quotidianamente al loro destino. I sedili ordinati della vettura sono ora abbandonati al capolinea come quelli del quartiere. Sono diversi, ma con la stessa funzionalità. La stiratrice accende il ferro da stiro come le sue colleghe venute da paesi lontani e nazioni vicine. L’infermiera occupa il suo posto controllando la ferita di qualcuno che lì era arrivato, mentre lei dormiva. Il muratore clandestino viene salutato tra gli applausi perché in orario al cantiere. La maestra elementare sogna e ricorda il suo amore irraggiungibile mentre si avvia in classe. Con l’ennesima sigaretta stretta sulle labbra, il ferroviere transita in mezzo alle carrozze appena lasciate da passeggeri arrivati da paesi lontani. Sedie, sedili, posti a sedere, diventano “poltrone vellutate”, tutte hanno la stessa funzionalità. Chi lì ha seduto, come tutti, come tutti i sederi, la stessa funzionalità, recarsi all’alba quotidianamente al loro destino. Le sedie immobili, riposano e aspettano, tutte diverse, tutte la stessa funzionalità. L’enorme sacco dell’africano sparì dentro una macchina di controllo. Così il giorno per lui si fece diverso. La fermata il giorno dopo non aveva in disparte nessuno. Tutti se ne accorsero, la fermata vive in silenzio delle attese. Oggi qualche sedia è scomparsa, forse durante la notte, sono rimaste solo la triste panca e quella sbilenca di formica senza spalliera. Oggi qualche persona del quartiere non aspetta più. L’orario è sempre lo stesso. Le mattine cominciano ad essere più fresche. Lo spettacolo sereno dell’attesa varia, senza scandalo. Gli stanchi si fanno compagnia in silenzio, perché si rispettano e si misurano, si guardano, si studiano. Speriamo che questa mattina non piova, tutti lo stesso pensiero. Il venticello stranamente caldo si avverte, tutti con un quotidiano identico destino giornaliero. In comune, davanti alla nostra fermata ci sono parole identiche per tutti; l’attesa, il respiro, il tempo, i sogni, il lavoro. Davanti alla fermata prima che diventi giorno, davanti alla recinzione con posti a sedere di fortuna, si vive nel silenzio delle attese. Questa penna, mentre aspetto l’autobus me l’ha prestata un mio conoscente di fermata, napoletano, il suo ruolo, barista. Non devo preoccuparmi di restituirla immediatamente, fa da complice la stessa fermata nostra, l’appuntamento è naturale. Il conoscente si frequenta perché ha lo stesso destino quotidiano . Domani ci saluteremo con lo sguardo, come con tutti gli altri. Sappiamo chi siamo, transitiamo mentre che aspettiamo. Durante la giornata, si prolunga lo spazio ridotto di una fermata. Chissà se troveremmo altre diverse sedie, mese lì da qualche persona del quartiere, vicino alla triste panca di plastica bianca.